Visto esternamente, l'
orologio automatico di Abraham-Louis Perrelet, non differenziava molto dagli altri orologi del periodo (seconda metà del 1700), all'interno però, vi si trovava il congegno che aveva preceduto di 200 anni l'
orologio automatico da polso moderno.

La pesante massa d'ottone, a forma di mezza luna, girava liberamente di 360° su un perno fissato al centro della platina.
Sul centro di rotazione (sotto la massa) era posta solidalmente una ruota con un cricco fissato su di se, il quale lavorava con un pignone libero di girare sullo stesso asse; quest'ingranaggio viene poi duplicato (ma con il cricco che lavora nel senso inverso al primo).
I due ingranaggi ottenuti venivano fatti ingranare tra loro, mentre entrambi i pignoni con una grossa ruota, avente un asse che andava a penetrare nella meccanica con un pignone ingranante con una ruota alla sommità del conoide.
Con questo sistema, qualsiasi sia il verso della massa, il treno con il compito di caricare la molla gira sempre nel solito senso.
In seguito viene re-inventato tutto questo sistema con il nome di "invertitore".

Per superare la forza che oppone la
molla ad essere avvolta, il treno demoltiplicativo fin qui descritto non basta, quindi Perrelet creò un'innovativa soluzione.
La ruota posta alla sommità del conoide era fissata su un albero che lo attraversava liberamente ed avente un pignone solidale che ingranava con un "pignone satellite", libero di ruotare su un perno infisso nel conoide stesso.
Quest'ultimo pignone ingranava a sua volta con una ruota a dentatura interna fissa sulla ruota di carica.
Quando la massa si muove il treno dell'automatico fa girare l'asse del conoide (quindi il suo pignone), mentre la ruota di carica resta ferma come la dentatura interna; per questi motivi il pignone satellite cominciava a girare attorno all'asse del conoide e visto che era solidale a quest'ultimo, lo faceva ruotare avvolgendo su di sé la catena.
Questo sistema ha consentito alla massa di non trovare eccessivo sforzo per
caricare la molla, per cui poteva utilizzare anche quei movimenti meno violenti.
Per evitare l'eccessiva carica, quindi la rottura d'alcune parti, Perrelet creò un sistema che bloccasse i movimenti della massa oscillante a piena carica.
Sotto alla massa venne quindi fissato un anello d'acciaio con sei scanalature sulla sua circonferenza esterna.
Quando la catena giungeva a piena carica, spingeva una leva che attraverso un foro nella platina andava ad incastrarsi in una di quelle scanalature, impedendo ulteriori spostamenti della massa.
Perché ancora il conoide?

Come gli altri orologi del periodo, utilizzava lo scappamento a verga, sensibilissimo alle variazioni di forza motrice.
Quest'inconveniente poteva essere superato dal sistema automatico stesso, infatti, in un orologio a carica automatica, per molte ore al giorno lo stato di carica della molla rimane costante.
Perrelet utilizzò comunque il conoide, forse perché non si fidava troppo della sua invenzione, oppure non aveva notato questa proprietà della molla, od ancora, era rimasto legato alla tradizione costruttiva o non si era mai posto il problema...
Non lo sapremo mai.
Ma funzionava?
L'automatico di Perrelet probabilmente non caricava, non tanto a causa dei fattori tecnici ma soprattutto per quelli "
culturali".
La massa oscillante aveva scarsa inerzia: più pesante al centro e più sottile (quindi leggera) in periferia, il contrario del modo corretto in cui vengono costruite oggi.
L'orologio, risiedente nel panciotto, subiva movimenti verticali, i quali non influenzavano molto la massa oscillante.
Provate a mettere il Vostro orologio automatico nella tasca della giacca o della camicia, dopo pochi giorni lo troverete fermo, nonostante quelli moderni abbiano maggiore inerzia con imperniata la massa oscillante ad un sensibilissimo cuscinetto a sfere.
Purtroppo si perse la memoria dell'orologio automatico di Perrelet e solo nel 1949 venne ritrovata da
Léon Leroy, quando ormai era stato già re-inventato tutto.